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Spesso ho pensato alla nostra palazzina come a una nave, ma anche se fermi a bordo, non siamo mai stati senza meta

Davide, referente gruppi appartamento di via Chatillon

Équipe è una parola francese che vuol dire “equipaggio”. Indica la squadra di persone che lavora a bordo di una nave o di un qualunque altro veicolo. Ma a me piace pensare alla nave: per i poeti, la nave è metafora della vita, come lo è il viaggio; il mare, invece, diventa metafora dell’umanità.
E spesso, in queste ultime settimane, ho davvero pensato alla nostra palazzina di via Chatillon come a una nave.
Una nave immaginata a un certo punto della sua navigazione e per un certo periodo. Tenuta ferma in contumacia con il divieto di sbarco in città per cautele sanitarie, lontana dal porto e con issata la sua bandiera gialla e nera di quarantena.
Eppure sempre in contatto efficiente e rassicurante con la propria compagnia di navigazione (la nostra cooperativa) e la capitaneria di porto (se in questa vogliamo vedervi le istituzioni).

UN ISOLAMENTO FORZATO INCOERENTE. Per un servizio e un’équipe educativa, per una cooperativa tutta, che da sempre crede e lavora contro ogni forma di isolamento con obiettivi relazionali, di prossimità, generatività e solidarietà, per una sempre migliore qualità di vita delle persone e della convivenza sociale.
E questi, infatti, sono proprio gli obiettivi che non sono mai venuti meno.
Anzi. Si è solo dovuto trovare altri modi per sostenerli.
Anche il nostro viaggio, quello confinato in via Chatillon, non si è interrotto.

ANCHE SE FERMI A BORDO, NON SIAMO MAI STATI SENZA META.
Innanzi tutto quella di arrivare sani e salvi alla fine di questo momento così straordinario e travagliato, cercando man mano opportunità nei problemi. Come il non rimuovere o negare la paura, ma neanche il farsene travolgere; riscoprendo il senso e il valore della collaborazione anche attraverso piccoli gesti, fatti e beni di cui spesso – ormai dati per scontati – magari non ci si accorgeva più.
In questi mesi abbiamo dovuto tutti, equipaggio e passeggeri, fare i conti con la capacità di accettare un cambiamento così difficile e quindi accoglierlo come parte integrante della vita, base di qualsiasi progettualità futura.
Uscendo, volenti o nolenti, ciascuno da una sua “zona di comfort” che altrimenti potrebbe generare una resistenza al cambiamento.

QUESTO CI TORNERÀ UTILE: sappiamo che altri cambiamenti ci aspettano per un tempo non ancora precisabile.
Se la parola viaggio viene dal “viatico”, la provvista necessaria per mettersi in viaggio, allora pensiamo di aver fatto una bella provvista di nuove consapevolezze, ma anche di nuove incertezze e dubbi. Quali? Diamoci ancora un po’ di tempo, finita l’emergenza, per rifletterci, confrontarci, farne patrimonio condiviso e comune.
Intanto ci stiamo preparando a rientrare al porto, con ritrovate forze e aspirazioni, tenendo se possibile ancora più alta l’attenzione verso le azioni legate all’inclusione e alla vicinanza, per quanto paradossalmente chiamati a tenere (scusate se uso la definizione terribile che è stata data) la “giusta distanza sociale”.
Grazie a tutti.