Incassato un clamoroso successo, probabilmente inaspettato per rapidità e dimensioni, Enrico Pascal e i suoi compagni di strada hanno acquisito una forza contrattuale all’interno e all’esterno dell’ospedale e cercano subito di utilizzarla per raggiungere i prossimi obiettivi.

Come si costruisce un’équipe capace di affrontare le sfide che il superamento dell’istituzione manicomiale porta con sé? Quali conseguenza ha, sul territorio, guardare al di fuori della mura del manicomio per iniziare a organizzare servizi di cura esterni?

Il percorso tematico proposto in questa sezione è costruito a partire da una serie di documenti originali scritti da Enrico Pascal in collaborazione con la sua équipe. Alcuni documenti possono essere consultati nella loro versione integrale nella sezione “Documenti originali” del presente Archivio, gli altri sono citati per esteso nella sezione Bibliografia.

In particolare:

  • Osservazioni e proposte per il lavoro psichiatrico di settore, in base ad una particolare esperienza di comunità terapeutica e di attività di équipe, a cura dell’Équipe del Reparto 12 di Collegno, 24 novembre 1969
  • Lettere e appelli di infermieri (1969)
  • Rapporto Sezione 12 di Collegno
  • Atti del convegno “Chi difende oggi, nel territorio, la salute mentale? E in che modo?”, Settimo Torinese, 12 giugno 1982
  • Dal manicomio al servizio di salute mentale territoriale, «Prospettive assistenziali», 58, aprile-giugno 1982

Altre fondamentali informazioni sono tratte da: Lasagno, Davide, Oltre l’istituzione (Univ. Torino-Dipartimento studi storici), 2012; G. Oseglia, G. Marullo Reetz, F. Gubetti, Proposta operativa per un esperimento di psichiatria di settore nell’ambito degli ospedali psichiatrici di Torino, 1969; Luciano, Giuseppe, Storia di un manicomio italiano, 2019.

Menu sezione – La rivoluzione sul territorio

 

L’équipe prima di tutto
psichiatria di settore
Il Servizio di Salute Mentale a Settimo Torinese
Le comunità terapeutiche esterne
Lo “scandalo” dell’LSD
L’équipe prima di tutto

Il primo obiettivo da raggiungere è il consolidamento del lavoro in équipe, innanzitutto contro le opposizioni interne, ben lungi dall’essere superate. Lo dimostrano, ad esempio, due documenti di quel periodo: una lettera di netta contrarietà al nuovo corso, firmata da alcuni infermieri del reparto, nel marzo 1969, sostenuta da una parte dei sindacati (vai al documento originale) e un accorato appello ai colleghi da parte della componente più motivata degli operatori (vai al documento originale).

D’altro canto i pensieri e le azioni cominciano a rivolgersi fuori dalle mura del manicomio, per dare un contributo al dibattito politico in corso sul futuro dell’assistenza psichiatrica. La scelta di campo è chiara: no al progetto di costruzione del nuovo ospedale psichiatrico a Grugliasco (vai al documento originale); sì al trasferimento dell’amministrazione dall’Opera Pia alla Provincia, nell’ottica di iniziare a organizzare servizi di cura esterni, sul territorio. I pensieri e le elaborazioni di questa fase sono sintetizzati in un importante documento del 24 novembre 1969, intitolato “Osservazioni e proposte per il lavoro psichiatrico di settore, in base ad una particolare esperienza di comunità terapeutica e di attività di équipe”, da cui sono state tratte molte delle citazioni riportate qui sopra.

L’attenzione preliminare al tema dell’équipe rivela una profonda consapevolezza che si tratta dello strumento fondamentale per raggiungere qualunque risultato, in manicomio e fuori.

Un intero paragrafo del documento è dedicato proprio a questo argomento (vai al documento originale):

foto di Carla Martinetto

La costruzione dell’équipe ha richiesto un lungo e faticoso lavoro e il superamento di non poche crisi e tensioni nel gruppo, premuto da un lato dalle richieste dei malati, sempre più esigenti in clima di totale liberalizzazione, dall’altra dalla stragrande maggioranza delle forze conservatrici, tendenti ad emarginarlo e disintegrarlo. Dopo la iniziale azione di denuncia (rapporto sul reparto 12) che aveva visto unito il personale del reparto, salvo poche eccezioni, l’azione intimidatrice esercitata un po’ da ogni parte dai vari centri di potere, metteva in crisi alcune componenti. Non tutti gli infermieri erano allora disposti a cambiare il loro ruolo, a trasformarsi veramente in terapeuti. Alcuni si barricavano in difesa, nel timore assillante delle responsabilità che di fatto il sistema faceva ricadere su di loro. Non tutti si sentivano di accettare il concetto di responsabilità comune del lavoro in équipe, né i rischi di una azione a favore degli ammalati che ovviamente non poteva essere in accordo con la vecchia legge del 1904.
Dopo varie discussioni di gruppo e non pochi scontri con elementi che interferivano dall’esterno del reparto, il 25 marzo 1969 era possibile un incontro conclusivo alla presenza del dottor Mola, inviato dal Ministero della Sanità. Dopo una discussione carica di tensioni e centrata sul problema della responsabilità, appariva evidente che non tutti si sentivano di continuare il lavoro in équipe. Quattro elementi lasciavano perciò il reparto; però l’équipe veniva rinforzata e ampliata con nuovi elementi, volontari. Da allora tutti hanno accettato il concetto base di una completa disponibilità a nuove forme di lavoro, e ai rischi della responsabilità comune. Tutto ciò avveniva nonostante l’opposizione talora feroce di taluni sindacalisti e di altri, che continuavano ad intimidire il personale sbandierando pericoli e timori fondati sulla vecchia legge“.

Nella descrizione del nuovo modo di operare si delinea con chiarezza la prospettiva nascente del lavoro sul territorio:

Non è tuttavia possibile un tipo di conoscenza valida centrata unicamente sull’ammalato. Ci siamo preoccupati sempre di più di convocare i parenti, talora riuniti in apposite assemblee, per raccogliere dati, sentire consigli e proposte, ma anche per consolidare certi rapporti e meglio conoscere l’ambiente socio-familiare di ognuno. Infine siamo riusciti infinite volte dal reparto per visite domiciliari, anche lontane, a nostro rischio e pericolo, pur di documentarci direttamente su molte situazioni”.

Più oltre vengono raccontati maggiori dettagli:

foto di Carla Martinetto

Nonostante tutti gli effetti positivi di socializzazione e disalienazione che si verificano all’interno dell’Ospedale psichiatrico, l’obiettivo rimane pur sempre quello di guarire il malato, restituendolo alla famiglia e alla società esterna da cui proviene. Perciò ci siamo preoccupati sempre di più delle dimissioni.
Per i nostri malati occorreva lottare contro almeno tre pregiudizi: quello genericamente attribuito alla malattia mentale, quello più specificamente attinente alla pericolosità critica dell’epilettico ed infine quello dovuto al lungo periodo di degenza intesa come cronicizzazione all’interno dell’istituzione.
Abbiamo imparato ad uscire dall’Ospedale sempre più frequentemente, a nostro rischio e pericolo, dapprima con automezzi privati e, in un secondo tempo, ottenuto dall’attuale Amministrazione un pullmino, con quest’ultimo. Abbiamo così potuto visitare le famiglie di quasi tutti i nostri ricoverati, parlare colla gente del posto, colle autorità locali, con gente diversa, discutere e talora vincere pregiudizi molto radicati. Abbiamo sempre inteso la dimissione come reinserimento del malato in un ambiente e in un contesto familiare conosciuto direttamente; mai come semplice uscita dall’ospedale. In alcuni casi abbiamo ottenuto anche il pieno recupero lavorativo, insperabile. Abbiamo cercato di mantenere il contatto con i dimessi sia con visite domiciliari, sia con visite ambulatoriali presso il reparto. Ci siamo cioè sempre responsabilizzati della post-cura. Tutto ciò ci ha convinti – nella prassi – della validità del lavoro definito genericamente “di settore, fulcrato sulla “continuità terapeutica” da parte di una équipe curante e sulla necessità non solo di dimettere ma di reinserire socialmente il malato”.

“L’unico dato negativo è rappresentato attualmente dalla grande dispersione geografica dei componenti il reparto (dalla Valle d’Aosta alla provincia di Asti)”.

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Psichiatria di settore

La “psichiatria di settore” è un modello organizzativo dell’assistenza, proposto per la prima volta in Francia all’inizio degli anni ’60. Prevede l’apertura di servizi territoriali che operino in continuità con i reparti dell’ospedale psichiatrico: a specifici reparti di ricovero corrispondono servizi ambulatoriali, che servono una determinata area geografica (settore) e una quantità definita di popolazione, per fornire interventi alternativi o successivi al ricovero, da parte di équipe integrate con quelle ospedaliere. Nel febbraio 1969, il Consiglio provinciale di Torino aveva deliberato l’istituzione di una Commissione tecnico-amministrativa per la ristrutturazione dell’assistenza psichiatrica, orientata a proporre la “settorializzazione” dei servizi. Il razionale appare, in questa fase, coerente con l’elaborazione dell’équipe del reparto 12, che sostiene i progetti di riforma dell’assistenza in questa direzione, ventilati dall’Amministrazione provinciale:

“Crediamo che il Settore come tipo di attività ci consenta di servire dal punto di vista psichiatrico, in modo efficace, una zona geografica ben definita. Operare in un settore significa dunque far prendere coscienza alla popolazione di quella zona del problema della malattia mentale, demistificando i molteplici pregiudizi. Significa inoltre la possibilità di seguire la carriera del malato, conoscendo il luogo di insorgenza della malattia psichica, le sue molteplici relazioni col mondo esterno, sì da prevenire il più possibile l’estremo provvedimento di esclusione. Si tratta di aggredire, il più precocemente possibile, il processo di alienazione”.

L’adesione teorica si traduce in un’immediata disponibilità operativa:

“Dunque, a questo punto, di fronte alle nuove possibilità operative offerte dalla settorializzazione, chiediamo e rivendichiamo di essere inseriti al più presto, e tra i primi, in questo tipo di lavoro. Siamo attualmente la sola équipe maschile esistente all’interno dell’ospedale psichiatrico. Ci dichiariamo come gruppo decisi a lottare e rischiare ancora, nel settore per l’attività non solo di cura e riabilitazione dei malati di mente, ma per la profilassi”.

Oltre all’équipe del Reparto 12, altri due gruppi di lavoro presentano dei progetti per l’inserimento nel Settore: quella dei reparti 3 e 5 di via Giulio e quella di tre altri medici di via Giulio (dottori Oseglia, Marullo Reetz e Gubetti), quest’ultima su posizioni più tradizionaliste. La preparazione della riforma nel senso della settorializzazione porterà anche a cambiamenti organizzativi all’interno degli ospedali psichiatrici; i pazienti ricoverati vengono assegnati ai diversi reparti in base all’appartenenza ad un settore, per consentire la continuità terapeutica dopo la dimissione. In questo contesto avviene anche il trasferimento a Collegno delle comunità terapeutiche dei reparti 3 e 5 di via Giulio. Il trasferimento in personale e pazienti preservava la continuità dell’esperienza, ma era in contrasto con il principio di competenza geografica tipico del settore, poiché le pazienti dei reparti 3 e 5 provenivano da zone diverse.

Commenterà Pascal qualche anno più tardi:

Il modo talora «selvaggio» e meramente buro­cratico con cui i degenti venivano spostati («de­portati»!) fece gridare allo scandalo in talune occasioni. Ma è innegabile che la politica degli spostamenti e dell’accorpamento di reparti per­mise la chiusura degli ospedali psichiatrici di Via Giulio nel ’73 e di Savonera nel ’78. Contestual­mente la «liberazione» di personale consentiva la mobilità esterna e quindi l’impianto successi­vo di presidi ambulatoriali nelle zone psichia­triche”.

Dopo l’iniziale idea di istituire un “settore unico” a Torino Centro, contestata dalle équipe più innovative, l’anno successivo la Provincia deciderà l’istituzione di zone di operatività territoriale plurime più ristrette.
Una delle prime équipe ad approfittare di questa opportunità sarà naturalmente quella del Reparto 12, una cui delegazione, nel 1971 andrà a costituire una sede ambulatoriale territoriale a Settimo Torinese, grazie alla disponibilità della locale Amministrazione comunale. Nella stessa fase vengono istituiti i primi ambulatori a Torino in via Piffetti e in via Paisiello e a San Mauro Torinese.

Nell’équipe esterna solo volontari

foto di Carla Martinetto

Per lanciarsi nella nuova pionieristica avventura sul territorio, Pascal vuole però essere certo di avere a disposizione operatori motivati e liberi da pressioni da parte di sindacati ostili. Decide quindi di sottoporre a tutto il personale un semplice questionario, che contiene le domande chiave (vai al documento originale).

  1. Sei d’accordo a lavorare nel settore (continuità terapeutica e curare la malattia dove sorge)?
  2. Sei d’accordo che la nostra équipe così come si è creata si inserisca nel settore?
  3. Accetti tutti i rischi e le responsabilità comuni del nuovo tipo d lavoro?
  4. Sei disponibile per eventuali modifiche di orario decise in comune?

Il modulo distribuito contiene anche lo spazio per osservazioni personali, che alcuni operatori utilizzano, aiutando a comprendere meglio le posizioni in campo.
Molti sono favorevoli senza riserve su tutti i punti. Alcuni commenti riguardano gli orari, che dovrebbero rimanere nei limiti massimi previsti; altri i livelli di responsabilità; altri ancora la necessità di selezionare con la massima attenzione i componenti dell’équipe. L’esito del sondaggio è soddisfacente, la disponibilità abbastanza allargata da poter costituire un gruppo coeso e andare avanti con il progetto.
Pascal, nel conservare i moduli originali della consultazione commenterà per iscritto, con comprensibile orgoglio: “non parole, ma firme e FATTI! Nel 69!”.

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Il Servizio di Salute Mentale a Settimo Torinese

Quando finalmente nasce nel febbraio 1971, il Servizio di Salute Mentale chiarisce subito che intende andare oltre il concetto di settore psichiatrico alla francese, per proporre un originale modello di attività socio-sanitaria di comunità.

Le differenze fra i due approcci sono così spiegate da Enrico Pascal:

Mentre il settore significava, e significa tutto­ra, ad esempio nella realtà francese che lo ha originato, collegamento funzionale tra ospedale psichiatrico e territorio e continuità terapeutica sui «casi» ad opera della stessa équipe, ma non necessariamente filtro al ricovero psichiatrico (la sindrome della porta girevole ne è un chiaro esempio!), i nuovi servizi previsti avrebbero do­vuto essere realmente alternativi“.

Ma come?

L’obiettivo era da un lato il lavoro di reinserimento dei degenti «accompagnati» dagli operatori in seno alle loro famiglie o even­tualmente nei luoghi del loro recupero sociale e lavorativo, dall’altro prevenirne le ricadute in modo da filtrare e impedire il loro reingresso in ospedale psichiatrico (filtro alle riammissioni). Altro obiettivo fondamentale era «inventare» a livello territoriale forme nuove, valide, realmen­te alternative, di intervento e cura, in modo da impedire nuovi ricoveri, filtrare possibilmente tutti i «nuovi casi». Infine la prevenzione avrebbe dovuto essere av­viata come lavoro di sensibilizzazione del terri­torio, produzione di cultura nuova, non emargi­nante, mediante contatti e collaborazione con al­tri servizi, colle forze sociali e enti significativi del territorio.

foto di Carla Martinetto

L’équipe ambulatoriale, nella sua componente infermieristica, può dedicare tutte le energie alla nuova attività territoriale, mentre Pascal e il resto degli infermieri del Reparto 12 continuano a gestire contemporaneamente la comunità terapeutica ospedaliera. In un altro documento, e precisamente negli Atti del convegno “Chi difende oggi, nel territorio, la salute mentale? E in che modo?” del 1982, è raccontata con maggiori dettagli la nascita di questa esperienza:

La pratica territoriale è iniziata nel Comune di Settimo Torinese nel febbraio del 1971. Un gruppo di operatori (1 medico, 1 assistente sociale, 5 infermieri) rispondevano così alla chiamata del Sindaco che, a nome e in difesa dei diritti dei suoi concittadini, conferiva loro il mandato di continuare sul territorio la lotta contro il manicomio e contro l’emarginazione. Fu reperita rapidamente la sede di via Verdi 6, a Settimo Torinese. L’équipe si connotava subito come un gruppo obiettivo: gruppo in quanto sufficientemente omogeneo come modalità di lavoro; obiettivo in quanto era chiaro l’intento di reinserire quanti più internati possibile e riabilitarli sul territorio, ma al tempo stesso impedire -e questo era possibile soltanto essendo presenti sul territorio- i rientri in manicomio. Inoltre fare anche, e soprattutto, da filtro ai nuovi; a coloro che per la prima volta stavano entrando nel circuito manicomiale e che, una volta iniziato, sarebbero stati riciclati come tutti gli altri in occasione di eventuali ricadute.

La natura pionieristica di questa svola è testimoniata dalla precarietà normativa:

La situazione in cui si operava allora era di extra-legalità, di semi-clandestinità, perché non era stato chiaro fino a che punto gli operatori ancora dipendenti dall’ospedale psichiatrico fossero stati distaccati e autorizzati ad operare fuori. Nel 1973 finalmente il protocollo siglato fra Provincia, Opera Pia, CGIL, CISL, UIL, istituiva i “servizi psichiatrici di zona”. Il loro impianto graduale in tutte le zone della provincia di Torino sedi delle future USL prefigurava, già allora, la Riforma Sanitaria”.

foto di Carla Martinetto

Il problema che si pone agli operatori non è solo di impedire l’accesso al manicomio, ma di costruire nuovi percorsi di cura. La novità dirompente è che la cura deve svolgersi in un contesto completamente inedito per la psichiatria dei disturbi mentali gravi: il mondo esterno.

Si poneva sempre più drammaticamente il problema non soltanto della riabilitazione e del filtro al ricovero, ma della cura, e quindi dell’intervento alternativo efficace e risolutore. Si è trattato perciò di districarsi dal groviglio delle tecniche, riadattando ma soprattutto inventando soluzioni possibili ed efficaci per un servizio pubblico. Il servizio pubblico infatti non deve e non può selezionare o tanto peggio discriminare e scegliere i suoi clienti tra la gente che vi si rivolge. Erano gli utenti, i loro parenti a conferire mandati sempre più precisi e pressanti. Dalla risposta a questo mandato nascevano i nuovi obiettivi e le realizzazioni del gruppo: una pratica sempre più domiciliare, in risposta alle richieste e alle esigenze di cura in famiglia, interventi nei luoghi territoriali della chiamata (bar, caseggiati, fabbrica, scuola, ecc.), la risposta alle urgenze anche fuori orario ambulatoriale con una forma di reperibilità volontaria, incompleta data l’esiguità dell’organico”.

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Le comunità terapeutiche esterne

Nello sforzo di costruire nuovi modelli di cura sul territorio, l’équipe non dimentica che tutto è iniziato, pochi anni prima, con l’introduzione della pratica di comunità terapeutica all’interno del manicomio. Avendone sperimentato il potenziale curativo nel più difficile dei contesti, viene naturale cercare di utilizzare anche all’esterno uno strumento ispirato agli stessi principi. Nascono così sul territorio di Settimo le prime due strutture comunitarie esterne, per vecchi e nuovi pazienti: nel 1976 la comunità di via Amendola, nel 1979 il “centro crisi” di via Virgilio.

foto di Tiziana Massola

La comunità delle donne in Via Amendola

La realizzazione più significativa di quegli anni resta la comunità residenziale per anziane, alla fine del 1976, quando l’amministrazione comunale di Settimo ha messo a disposizione uno stabile di sua proprietà, in via Amendola. Vi sono state accolte nove donne, che avevano totalizzato in tutto oltre duecento anni di internamento, e il manicomio ci aveva scaricato provocatoriamente addosso come residuo non recuperabile.

È interessante notare che la dizione “comunità residenziale per anziane” riflette la necessità amministrativa di evitare ogni riferimento alla provenienza manicomiale, poiché nel 1976 la legge non prevedeva strutture per ospitare pazienti psichiatrici diverse dal manicomio e dalla casa di cura. L’iniziativa è così innovativa da suscitare l’interesse (positivo e un po’ meravigliato) degli organi di informazione. Il 17 agosto del 1976 il quotidiano «La Stampa» pubblica un articolo nella cronaca cittadina, lo stesso fa l’altro quotidiano torinese, «La Gazzetta del Popolo».

Quest’ultimo titola: “Sepolte vive escono dal manicomio per viver libere in una comunità. Sottotitolo: “Sono nove donne segregate per decine di anni a Collegno. Un piano concordato fra Provincia e Comune, realizzato da un’équipe socio-sanitaria. Ieri la “liberazione” e l’ingresso in un alloggio di via Amendola”.

Spiega l’articolo:

Nove donne anziane, vere sepolte vive, ieri sono arrivate a Settimo, accolte dall’équipe psico-sanitaria che da anni lavora nella zona e sono entrate nell’alloggio messo a disposizione dal Comune. È iniziata così, tra comprensibile emozione, una nuova esperienza senza precedenti in Piemonte. Con l’équipe ci siamo incontrati prima presso la sede di via Verdi, poi nel soggiorno dell’alloggio di via Amendola 11. È composta dal Dr. Enrico Pascal e dagli infermieri psichiatrici Vittorio Leone, Salvatore Vivona, Aldo Losa, Sergio Longo, Tatiana Milani e dall’assistente sociale Germana Massucco. Un processo lungo, seguito da una precisa presa di coscienza: le dimissioni, il riacquisto della libertà, anche il timore dell’impatto con un mondo lasciato anni addietro. Infine è scaturita la decisione e nove donne hanno annunciato di essere pronte: tra i 50 e gli 85 anni, chiuse in manicomio chi 20 chi 40 anni. Il Comune ha messo a disposizione l’alloggio, le donne sono venute a vederlo. Con loro abbiamo scelto arredamento, tappezzeria, piastrelle, colori alle pareti”.

foto di Carla Martinetto

Le donne che partecipano alla nuova avventura sono reduci da anni e anni di reclusione istituzionale; una delle conseguenze più vistose è che non possiedono più nulla, nessun oggetto personale, che possa essere utilizzato per arredare una abitazione e per la vita quotidiana nel mondo esterno.

“L’équipe si è trovata di fronte ad un altro problema: la spoliazione totale era la drammatica e penosa caratteristica delle pazienti. “Abbiamo dovuto comprare tutto”.

La curiosità del cronista è sapere come si svolgerà la loro giornata:Sono libere, liberissime di fare ciò che vogliono. Hanno il telefono, le chiavi di casa. Oggi abbiamo fatto noi la spesa, ma nei prossimi giorni saranno loro ad uscire e ad avere i primi contatti con i negozianti. Certo, qualcuna adesso è preoccupata, teme di aver scritto in fronte che è stata in manicomio, ma poi il timore passerà. Domani e domani l’altro noi ce ne staremo a consultorio di via verdi. Se avranno bisogno di noi ci telefoneranno (vai al documento originale).

Quale sarà l’esito di questa esperienza coraggiosa?

Lo racconterà Enrico Pascal durante il convegno “Chi difende oggi?”, organizzato a Settimo sei anni dopo, nel 1982, a cui le ospiti stesse, insieme ad altri utenti del servizio territoriale, saranno invitate a parlare. Delle nove pazienti, nel frattempouna è deceduta per cause internistiche, una ha dovuto essere allontanata e collocata in istituto, per cause che diremo. Sette vivono in piena libertà, senza misure protettive di alcun genere, e lo diranno nella loro relazione”.
Per preparare l’intervento al convegno che prevede di dare la parola direttamente ai pazienti, viene redatta una relazione scritta che dà conto delle discussioni preliminari fra le pazienti e l’équipe (nessuna delle signore se la sentirà poi di intervenire effettivamente il giorno del convegno, e sarà letta solo la relazione preparatoria).

Il tema del manicomio, e dei ricordi ancora vivissimi che evoca, domina il discorso:

Subito la Signora Franca è insorta: “LA PSICHIATRIA SANGUINA E IO NON PERDONO” e poi ancora, prima di chiudersi in un mutismo che faceva intuire quanta rabbia e quanta angoscia il ricordo le procurasse, ha aggiunto: “IL MANICOMIO È UNA PAZZIA, LA PSICHIATRIA UN DELITTO”.
La comunità, generalmente tranquilla, si agita quando si evocano questi temi. Ma chi più insorge è la Signora Celestina: “Quando sento la parola manicomio provo un grande terrore e mi viene male al cuore”. Si alza e fa vedere a tutti come era stata legata a una pianta nel cortile del manicomio di via Giulio. Poi dice: “Da cinque anni sono una libera cittadina, sono ricevuta dal Sindaco quando voglio, i carabinieri mi sono amici, i vigili urbani mi usano il massimo rispetto”.

Commenta l’anonimo componente e portavoce dell’équipe: “Sono passati quasi sei anni dai giorno in cui è iniziata la loro vita nella comunità di Settimo. La cittadinanza ha avuto diversi tipi di reazioni, ma ha finito per accoglierle. Oggi, data l’età e le condizioni fisiche, non tutte sono in grado di uscire di casa. Tra di loro, per quanto si viva liberamente, serpeggia a volte la delusione: qualcuna sperava di poter essere accolta in famiglia, ma questo, per varie ragioni, non è accaduto per nessuna, anche se i parenti vengono a trovarle. La speranza di rifarsi completamente una vita non si è verificata”.

Nessuna paziente è tornata in manicomio.

“Però nel 1981 la signora Giannina ha dovuto essere allontanata e collocata in un istituto. Questa espulsione è una sofferenza per loro, ma soprattutto per gli operatori del servizio, i quali non sono più riusciti a realizzare delle turnazioni in comunità perché non ce la facevano dato il troppo lavoro. La Giannina faceva paura ai vicini e in comunità, perché era la più forte fisicamente, la più giovane, la più arrabbiata per i vent’anni passati “là dentro”. Aveva sperato di sposarsi, di avere un figlio e quando tutte queste speranze sono crollate si è vista persa. D’altra parte tantissime crisi e momenti difficili sono stati risolti, nel corso degli anni, di giorno e di notte, all’interno della comunità, coll’intervento degli operatori del servizio(vai al documento originale).

La comunità – centro crisi in via Virgilio

foto di Carla Martinetto

Tre anni dopo, via Amendola apre una nuova struttura sul territorio, il cui scopo è la gestione dei momenti di crisi senza dover fare ricorso al ricovero ospedaliero (che peraltro, a partire dall’anno precedente, non avviene più in manicomio ma presso i servizi psichiatrici di diagnosi e cura previsti dalla legge 180) oltre che presso le case di Cura, non toccate dalla riforma.

La comunità terapeutica (centro crisi territoriale) di via Virgilio, sul finire del 1979. Si tratta di una villetta, con otto posti letto, destinata ad accogliere, di giorno e anche di notte, le persone in crisi che non possono essere curate in famiglia. Vale la pena di ricordare che questa abitazione è stata comprata dall’Opera Pia che ancora gestiva allora gli ospedali psichiatrici con una parte della somma ricavata dalla cessione dell’area dell’ex manicomio di via Giulio al Comune di Torino, manicomio soppresso nel 1973. Per questo motivo, e per dare ancora una risposta alla riabilitazione e al reinserimento, vi sono ospitate stabilmente due persone di Settimo con un lungo passato di internamento, che ora costituiscono il nucleo residente della comunità terapeutica“.

Gli operatori intervengono attivamente nella comunità, attuando turnazioni sabato – domenica – festivi, saltuariamente notturne quando le circostanze lo richiedono. Non si è mai pensato, né l’organico lo consentirebbe, di attuare turnazioni costanti“.

Fonti

Hanno costituito fonti di riferimento indispensabili i seguenti volumi, articoli e atti di convegni:

  • Lasagno, Davide, Oltre l’istituzione (Univ. Torino-Dipartimento studi storici), 2012.
    Osservazioni e proposte, citato, 1969
  • G. Oseglia, G. Marullo Reetz, F. Gubetti, Proposta operativa per un esperimento di psichiatria di settore nell’ambito degli ospedali psichiatrici di Torino, 1969
    Luciano, Giuseppe, Storia di un manicomio italiano, 2019.
  • Dal manicomio al servizio di salute mentale territoriale, «Prospettive assistenziali», n. 58, aprile – giugno 1982.
    Atti del Convegno, Chi difende oggi, nel territorio, la salute mentale? E in che modo?, Settimo Torinese, 12 giugno 1982.

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Lo “scandalo” del LSD

Nel giugno 1973, il nome di Enrico Pascal compare all’improvviso sulle cronache nazionali. Ma non perché venga riconosciuto il giusto merito alle sue lotte da pioniere della psichiatria anti-istituzionale: paradossalmente capita l’esatto contrario. Si trova infatti coinvolto in una delle tante campagne di stampa di denuncia degli orrori manicomiali, ma con un ruolo capovolto: quello di presunto oppressore, anziché liberatore, di pazienti. Scoppia infatti il cosiddetto scandalo dell’Lsd. Tutto parte da un convegno organizzato a Roma all’Istituto Superiore di Sanità, intitolato “Libertà e Droga”: due sociologi dell’Università di Trento denunciano gli esperimenti scientifici condotti al manicomio di Collegno nel 1958, con la somministrazione a un campione di pazienti della sostanza allucinogena, a fini di studio scientifico. La sperimentazione, pubblicata su una rivista scientifica italiana, è firmata dai professori Giuseppe Gomirato e Gustavo Gamna e da Enrico Pascal, di cui aveva costituito la tesi di specializzazione in psichiatria.

I toni con cui la vicenda è raccontata dai giornali sono violentemente scandalistici: «Psichiatri italiani drogavano i pazienti come cavie» titola il quotidiano Paese Sera il 24 giugno. Appena più cauto il Corriere della Sera: «Pazienti di un ospedale costretti a subire esperimenti con LSD». Persino il telegiornale riprende la notizia, sia pure dando spazio a una parziale smentita del Direttore del manicomio di Collegno, Giacomo Mossa. L’accusa principale è che la sperimentazione sia stata condotta senza il consenso dei pazienti e tramite pressioni o minacce

Nei giorni successivi i tre autori dello studio saranno intervistati da diversi organi di stampa. Un anno dopo, la vicenda diventerà addirittura argomento di una monografia, pubblicata nel 1974 da Tattilo Editrice con il titolo Droga e Follia. Documenti sui malati cavia negli ospedali psichiatrici italiani, scritta dal sociologo Guido Blumir, uno degli organizzatori del convegno romano.ovatosi improvvisamente nell’occhio del ciclone, Enrico Pascal, con comprensibile amarezza e assoluta onestà intellettuale, scrive una lettera aperta a giornali, istituzioni e associazioni, in cui riassume la vicenda e la inquadra nel suo contesto storico e alla luce della propria vicenda personale.

Diverse testate citeranno passi della lettera, alcune la pubblicheranno integralmente (così come farà anche Droga e Follia, che ad essa dedicherà un intero capitolo). Di seguito, alcuni stralci della lettera.

La ricerca compiuta assieme al prof. Gomirato (allora incaricato di psichiatria presso l’Università di Torino) e al prof. Gamna (allora suo assistente nonché medico effettivo degli ospedali psichiatrici di Torino) è stata da me effettuata nella primavera ed estate del 1957, all’ospedale di Collegno e presentata come tesi di specializzazione psichiatrica nell’ottobre di quell’anno.

Nel novembre ’57 veniva pubblicamente discussa di fronte al Senato Accademico di Torino, conseguendo la piena, incondizionata approvazione dei docenti (70/70 e lode) con l’invito a continuare in questo impegno “scientifico””.

Questa ricerca, dunque, mi era stata commissionata dall’Università di Torino per conseguire il titolo professionale che mi avrebbe permesso di esercitare la professione di psichiatra. Essa incontrava -come del resto innumerevoli altre ricerche “scientifiche” di quegli anni e di molti anni successivi – la piena approvazione dell’autorità accademica e della scienza.

Del resto, il criterio usualmente ribadito nell’ambiente della Clinica Neurologica di quell’epoca – non so dire cosa accada oggi – era che in manicomio era raccolto un ottimo “materiale” di studio. L’indirizzo rigidamente organicista non consentiva – almeno allora – alcuno spazio per considerazioni sulla comprensibilità o guaribilità dei malati di mente, specialmente per i cronici, irrimediabilmente confinati in manicomio. Lo stimolo universitario era unicamente quello di indagare more scientifico sulla popolazione manicomiale.

Peraltro, nel manicomio prevaleva – perlomeno allora – un quasi totale disinteresse dei pochi medici in servizio sia per lo studio sia per la cura dei troppi malati loro affidati. Ricordo chiaramente che da più parti, all’interno del manicomio, il malato di mente, soprattutto lo schizofrenico, era definito: inerte privo di sentimenti, anaffettivo, insensibile, rigido dal punto di vista neurovegetativo. E perciò capace di tollerare dosi enormi di farmaci.

In questo contesto ho eseguito allora il mio mandato di ricercatore universitario, la mia ricerca scientifica. Parlare di eventuale collaborazione degli ammalati ad una ricerca, nel contesto manicomiale, è certamente un controsenso. Il malato è portato a forza, contro la sua volontà, dentro l’istituzione, destinato a subire una continua manipolazione. Il solo atto di libertà resta la fuga (definita “evasione”) o la ribellione (definita “crisi” e repressa spesso brutalmente). Quando avrebbe potuto collaborare ad uno studio?.

È dunque esatto affermare che i ventitré pazienti hanno subito questa come mille altre ricerche, senza ribellarsi, così come sempre subivano tutto all’interno dell’istituzione (dal vitto allora pessimo e insufficiente, alla totale mancanza di spazio e assurda promiscuità, alla mancanza di cure, ecc.) perché ormai non avevano più la forza di ribellarsi a niente e nemmeno di capire le loro reali condizioni.

Erano tutti degenti da molti anni, resi cronici e tranquilli dalla violenza istituzionale. Smentisco recisamente che su di loro siano state fatte minacce di elettroshock (non sapevo nemmeno come si praticasse) né particolari pressioni: è stato più che sufficiente un tono bonario, paternalistico, tanto la repressione istituzionale li aveva già resi buoni, docili, collaboranti.

Questo, assieme alla rispettosa collaborazione del personale infermieristico (come e con quali strumenti avrebbe potuto contestare l’autorità del medico?) contribuivano allora a dare alla ricerca un’atmosfera particolarmente tranquilla, legale. Né era mancato il consenso del Medico Direttore.

La lettera prosegue con il rapido racconto della presa di coscienza di Pascal circa le condizioni inaccettabili del manicomio, l’inizio della sua lotta al Reparto 12, i risultati nel frattempo raggiunti:

Tuttavia, mentre questa, insieme a molte altre denunce effettuate da più parti, ha portato alla scomparsa delle forme più aperte e rivoltanti di violenza all’interno del manicomio (contenzione, violenze fisiche, promiscuità intollerabile e mancanza di spazio, sottoalimentazione) resta tuttora in piedi, forse intatta, un’altra forma di violenza: quella esercitata dai tecnici in nome della scienza, che prevede un’infinità di manipolazioni occulte.

Per quanto amareggiato dalla riesumazione scandalistica di queta pagina del mio passato, sono contento che mi si usi, così come io allora ho usato gli ammalati. Ma, dal momento che non intendo recitare la parte di un inutile capro espiatorio, intendo chiamare in causa sia la psichiatria istituzionale che quella accademica, nei loro aspetti di manipolazione occulta e, talora, di aperta repressione.

Segue un elenco dettagliato di decine di studi italiani pubblicati con sperimentazione di Lsd, e di altre sostanze allucinogene, su pazienti psichiatrici, prima e dopo il lavoro di Pascal; oltre a varie sperimentazioni con l’elettroshock e perfino con la lobotomia condotte fino alla fine degli anni ‘50; oltre a diverse altre tecniche, come la radarterapia, la pneumo-encefalografia e la deprivazione sensoriale proseguite per tutti gli anni ‘60.

E conclude:

Sono semplici riferimenti che testimoniano l’enorme potere di manipolazione dei malati che era ed è oggi ancora nelle mani dei tecnici. Esiste probabilmente una pazzia dei sani, un delirio scientifico degli psichiatri.

Chi li curerà, se non gli stessi utenti con la partecipazione libera e critica all’atto terapeutico?

 

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